Kapusta (krauti o cavolo)

Kapusta (krauti o cavolo)

Ecco un piatto legato ai miei ricordi della Polonia. La kapusta è molto consumata in particolare nel sud della Polonia, dove mio papà ha vissuto e lavorato per conto della FIAT per un anno e mezzo, all’inizio degli anni ’90. La kapusta, bianca se si utilizza la verza o rossa se si usa il cavolo rosso, viene servita come contorno a piatti di carne, salsicce o keobasa e come ripieno o condimento per i pierogi, i tipici ravioli ripieni di carne, formaggio o verdure, fritti oppure cotti al vapore o alla griglia e che io trovo deliziosi. Qui propongo la mia versione di kapusta in agrodolce, dove sfumo il cavolo con l’aceto di mele, poco prima di completare la cottura. Tuttavia, se lo si preferisce “liscio”, si può evitare di sfumare e lasciare che ognuno possa condirlo a piacere nel piatto, con glassa o aceto balsamico di Modena.

Ingredienti

  • 1 cavolo rosso o verza
  • 1 spicchio d’aglio
  • alloro
  • rosmarino
  • un pizzico di sale
  • 2 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • una noce di burro (facoltativo)
  • 1 dito di aceto di mele (o aceto balsamico)
  • 1/2 bicchiere d’acqua

Preparazione

  1. Pulire e tagliare il cavolo a listarelle. Mettere in pentola a pressione con tutti gli altri ingredienti (tranne l’aceto), rimescolare, chiudere la pentola a pressione e cuocere circa 10 minuti da quando comincia a fischiare.
  2. Trascorsi i dieci minuti, far sfiatare la pentola a pressione, aprire e, sempre sul fuoco, sfumare con l’aceto e cuicere ancora per qualche minuto; oppure servire nel piatto la kapusta “liscia” in modo che ognuno potrà condirla a proprio gusto con aceto balsamico. Può essere servita calda o tiepida. Ottima per accompagnare anche il cotechino durante le feste di Natale e Capodanno.

Aggiungo alla ricetta una mia riflessione. Sono stata in Polonia vent’anni fa, poco dopo la caduta del Muro di Berlino. Ero solo una bambina e le mie giornate alternavano momenti di studio a momenti di gioco e divertimento, senza altre preoccupazioni. Quell’anno trascorsi le mie vacanze estive e quelle natalizie tra Tychy, Krakovia e Danzica, alla scoperta di un altro mondo, nuovi amici e nuove usanze: di allora devo ammettere che ho sporadici ricordi, legati per lo più proprio al cibo. Ricordo i miei coetanei con cui giocavo nel prato verde del condominio-alveare, dai muri nero carbone, dove viveva mio papà, e i sacchetti pieni di semi di girasole che erano soliti sgranocchiare (e per la verità sputacchiare per terra), mentre io e i miei coetanei in Italia eravamo abituati a far merenda con sacchetti di patatine o gelati. Ricordo gli occhi meravigliati di un bimbo poco più piccolo di me, in coda alla cassa di un supermercato, quando mia mamma ed io posammo sul banco 3 confezioni di formaggini a spicchi, una per aroma: ai funghi, al prosciutto e classica. Quel bambino e la sua mamma posarono sul banco uno solo dei sei spicchi di formaggino contenuti in una confezione e un pezzo di pane. Fu una strana sensazione la mia, non capii all’epoca, ma quello sguardo mi è rimasto impresso negli occhi e nella mente. Crescendo, ho poi capito che quegli occhi tristi avevano fame di un futuro migliore e che io invece ero stata, da sempre, molto fortunata. Ricordo anche il freddo pungente di quel Natale: chi li aveva mai visti prima di allora -24°C sul termometro?! Ricordo la “pizza” peggiore della mia vita (una fetta di pane con del ketchup e forse dei funghi: lì mi sono ripromessa di non cercare più cibo italiano all’estero. Meglio assaporare i piatti locali!) e il golonko più buono del mondo. Ricordo il pranzo di Natale con la famiglia che ospitava mio papà: la tavola imbandita con i piatti della tradizione, che sono 12, uno per ogni apostolo, e apparecchiata riservando un posto al viaggiatore di passaggio o per lo Spirito Santo, qualora decida di condividere il pranzo natalizio.

Sono poi tornata in Polonia, per la prima volta insieme a mio marito, una decina di anni fa e di nuovo lo scorso anno, nel mese di agosto, sempre insieme ai miei genitori. Ho trovato via via una Polonia completamente diversa, ogni volta migliorata, strade nuove, un casello autostradale, i supermercati, il McDonald’s (lì ho visto il mio primo McCafé, in effetti!) e l’Ikea, i palazzi non sono più neri ma sono stati tinteggiati di colori pastello, i prati sono sempre più verdi, il wifi è libero e gratuito anche nei supermercati, i miei amici di allora hanno un lavoro, una famiglia, una casa, dei figli, entusiasmo e prospettive per un futuro che stanno scrivendo. Lo scorso inverno ho visto -24°C a Torino e nei miei occhi ora c’è la consapevolezza di non avere la stessa luce che brilla negli occhi dei miei amici polacchi, ma c’è la stessa fame, come quel bimbo vent’anni fa, di un futuro migliore per me e per i miei coetanei in Italia. Ce la faremo anche noi ad abbattere il “nostro muro”, fatto di poca fiducia verso i giovani, troppo spesso criticati negativamente e senza costruttività alcuna. Ne sono certa!

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