La ricetta del #Fertilityday

Ingredienti

  • Una manciata di immagini brutte
  • Q.b. di slogan retrogradi 
  • Un “pizzico” di denaro pubblico
  • Una presa per i fondelli

Mescolare bene il tutto e voilà, il #fertilityday è pronto.


Qui scrivo di ricette e io la ricetta per uscire da questo #epicfail non ce l’ho di certo, ma questo è anche il mio spazio e, visto che mi sento chiamata in causa, ecco il mio pensiero sul #fertilityday. 
Che poi in realtà è la mia esperienza, ma basta fare due chiacchiere con chiunque e ti rendi conto che di esperienze simili alla mia ce ne sono tante, tantissime. 

Questa cosa del #fertilityday mi fa veramente incazzare. Per tanti motivi.
Perché “Ha insultato tutti: chi figli non ne vuole, chi non ne può avere, chi vorrebbe ma non ha un lavoro, chi vorrebbe ma perderebbe il lavoro, chi li ha e non sa come arrivare a fine mese, chi ne vorrebbe un altro ma non saprebbe dove lasciarlo o come pagarsi il nido, ha offeso tutte le donne e pure gli uomini, che non sono stati minimamente presi in considerazione, come fossero giusto uno spermatozoo di passaggio”. Questo è il pensiero di una mamma e condivido in pieno.

Leggete questo post in cui si fanno giusto due conti di cosa costi un figlio in Italia. In una regione Autonoma! Figuriamoci nelle altre… http://www.50sfumaturedimamma.com/2016/09/sono-incazzata-ovvero-quanto-mi-costa.html?m=1

Mettere al mondo o non mettere al mondo figli non è solo una questione economica, ma in questo Paese l’aspetto economico incide molto, moltissimo. Come non spaventarsi dopo aver letto il post di Morna?! Sì, fa paura, soprattutto a chi i figli ce li ha e fatica ad arrivare a fine mese.

Non poter contare su un minimo di stabilità lavorativa, su una politica che aiuti concretamente la Famiglia, sulle aziende che vedono la donna come un costo più che una risorsa è altamente castrante. C’è da lavorare ancora tanto su molti fronti in questo Paese.

Io, che sono una qualunque, in un certo senso, mi sono dedicata al mio fertility day per anni. Prima, stando attenta a evitarlo: prima in cerca di un lavoro stabile che mi consentisse di mantenermi, poi in cerca di una casa sufficientemente capiente per 3 persone (e non potete immaginare la gioia di passare finalmente da 25 a 50 mq per un mutuo che si portava via circa l’80% del mio stipendio! NB: “portava” non perché l’ho estinto, ma perché nel frattempo si è estinto il mio stipendio). 

A 28 anni, raggiunti perciò gli obiettivi Laurea, Lavoro e Casa, diamo il via ai festeggiamenti per il sopraggiunto momento del fertility day, che s’interrompono però alla decima settimana: raschiamento e rientro al lavoro dopo 3 giorni lavorativi. 

Chiesi mezza giornata perché avevo male a star seduta, sanguinavo ancora. “Se proprio non può farne a meno” fu la risposta. Ormoni in circolo, un trauma da superare e il morale a pezzi, ma chissenefrega, infieriamo col senso di colpa perché non riesci a essere subito efficiente full time. Ché il figlio lo hai voluto tu e perciò cavoli tuoi!
Da lì in poi, a ogni mio brufolo sulla faccia o altro segno di stanchezza, la domanda era “Deve dirmi qualcosa?”, “Guardi, io capisco, ma visto che la collega è prossima a entrare in #maternità, se Lei potesse evitare di restare incinta in questo momento sarebbe meglio”, così a comando: modalità on/modalità off. Un condizionamento, chiamiamolo così, che, come me, molte donne che lavorano in questo Paese vivono quotidianamente. 

Siamo lontani, ancora troppo lontani Ministra, dal pensare di essere considerati civili come quei Paesi, non così lontani geograficamente da noi, in cui i padri sono parte integrante del progetto. Nel momento in cui nasce un bambino, nascono una mamma e un papà. Mi piacerebbe sentir parlare di più di paternità

Per me le domande, le occhiate, le battute arrivavano impertinenti come il ciclo, mentre io combattevo la mia battaglia interiore contro l’#INfertlityday

Ecco, Ministra Lei corregge il tiro e dice che la campagna del #fertilityday è proprio rivolta a quelle come me, quelle che per fare un figlio ci vuole un po’ più di 30 secondi. Insomma, l’ennesimo “mi avete frainteso”. Eh già, tutti #webeti noi!

Allora magari qualche spunto sull’argomento. 

Parliamo delle cure: costose in termini economici e di tempo, perché i farmaci, gli esami, i controlli, i monitoraggi a giorni alterni e i viaggi all’ospedale da Sanremo a Torino li ho potuti fare grazie al tempo che avevo a disposizione per me, concessomi – pare assurdo – dalla #cassaintegrazione e dalla #disoccupazione. Inimmaginabile poter prendere tutti quei permessi o quelle ferie se avessi continuato a lavorare! Per non parlare dello stress nel dover tenere nascosta una cosa del genere, per paura di perdere il posto! 

Sì, pare proprio che in questo Paese le madri, nel momento stesso in cui diventano tali, non siano più in grado di lavorare. Cioè: siamo in grado di far crescere una vita dentro di noi, partorirla, magari alzarci in piedi dopo neanche 24 ore nonostante uno sbrego nella pancia, ma ancora in molti pensano che con la placenta se ne vada anche qualunque facoltà mentale e capacità lavorativa. 

Torniamo al mio lavoro: come dicevo, al rientro dal primo tentativo di FIVET ho ricevuto la lettera di #licenziamento – ma è stato un caso, l’hanno ricevuta tutti i miei colleghi in effetti! La #crisi e tutti a casa… – coincidenze sì, è solo che avrei dovuto stare tranquilla, serena, godermi il momento, invece mi è crollato il mondo addosso, fintanto che ho avuto paura di farcela a quel punto. 

Senza lavoro come lo si mantiene un figlio? E invece no, altra tranvata o forse un respiro di sollievo. Che facciamo? Riproviamo o rinunciamo? Eh ma le ovaie, effettivamente sono “creative” per un tempo limitato, si sa Ministra, e se un figlio lo desideri e c’hai pure le ovaie creativo-alternative c’hai poco da rimandare. 

E così due anni di cure, viaggi, farmaci, visite, attese. Interminabili attese, in corsia, perché l’ostetrica, oltre a fare l’ostetrica, deve anche compilare millemila fogli perché nel frattempo coi tagli alla Sanità, l’impiegata allo sportello non c’è più. 

Quanto a me, per principio e per motivi economici, la scelta è di non andare in clinica privata. Nonostante tutto, abbiamo un Sistema Sanitario Nazionale che in molti ci invidiano. Rispetto alle cliniche private, l’#Asl costa meno, ma comunque costa e il resto pure! Noi siamo la Generazione 1000€, con quello dobbiamo far tutto. La fatica è tanta ma teniamo duro. Nel momento del bisogno, nessuna esenzione ovviamente. Il mio #welfare: i miei genitori. Altro spunto.

Poi finalmente il figlio arriva, al quinto tentativo. Il mio in effetti non costa neanche moltissimo: mangia pochissimo, caga pochissimo, tolto il pannolino prestissimo, impatto ambientale limitatissimo. Cresce pure poco perciò l’abbigliamento dura almeno due stagioni! 

La retta del nido invece ci è costata lo scaglione sopra, il penultimo, perché due anni prima (ripeto, 2 anni prima) ho avuto il grande agio di percepire l’indennità di disoccupazione che ha fatto reddito per l’#ISEE. Che poi quell’indennità sul conto ci sia solo passata come un Frecciarossa, assorbita da mutuo, bollette e spese varie, che importa? Per un nano secondo era pur transitata sul mio conto e perciò zitta e paga, anche se un lavoro ancora non ce l’hai! Ché una donna con un figlio piccolo è un rischio: potrebbe volere il secondo! Lei predica bene, perché una nazione a nascite zero è destinata a morire, ma le aziende dall’altra parte razzolano malissimo lo sa? 

Andiamo avanti? Sì, perché la vita va avanti.

Veniamo ad oggi, che mio figlio di anni ne ha 3 e io 37, insomma giovane ma non giovanissima. 

Per ironia della sorte, da nove mesi io e mio marito stiamo cercando di aprire un’azienda e renderci autonomi economicamente, dai nostri genitori e dai nostri precedenti datori di lavoro (anche mio marito ha dovuto sorbirsi le lamentele dei suoi datori, solo per aver chiesto un pomeriggio libero per poter partecipare al laboratorio di Natale all’asilo nido di nostro figlio!). Perciò se il lavoro non lo trovi (o rischi di perderlo) te lo crei. Indebitandoti, ovvio. 9 mesi, eh. Che è esattamente il tempo necessario per mettere al mondo un figlio.
Eppure, nel nostro caso,  quattro impiegati della #PubblicaAmministrazione non riescono a mettere insieme quattro carte per darci una diamine di autorizzazione e consentirci di lavorare. (Perché stiamo chiedendo di #lavorare, non di rubare!) A uno non compete, l’altro è in ferie, uno è appena rientrato, l’altro andrà in ferie a breve, all’altro non gli hanno girato la mail. E io nel frattempo aspetto, disarmata ormai dopo tanto tempo, di poter lavorare perché dall’altra parte chi un lavoro ce l’ha non lo fa come dovrebbe. 

Questa è la nostra quotidianità, Ministra. Credo molto lontana dalla Sua. Questa è la realtà in cui viviamo noi, non voi. Almeno così pare sentendovi parlare. Sì, perché oltre ai #furbettidelcartellino ci sono anche i più furbetti che il cartellino lo timbrano ma poi fanno una cippa come quegli altri, ma la fanno in ufficio. Qui a Sanremo ma anche lì a Roma, ché tutto il mondo è paese. 

Poi si lamentano perché si fa di tutta l’erba un fascio! E io detesto generalizzare, ma a un certo punto non se ne può più e non si può difendere l’indifendibile. 

Ecco dicevo, tra un impegno e l’altro, dovrei anche programmare il secondo figlio visto che ho una certa. Touché, Ministra.

Vorrei, ma dico volutamente “dovrei”, non perché lo dice Lei con questa campagna vergognosa (questi #soldipubblici potevano essere sicuramente spesi meglio), ma perché la legge italiana a dire il vero lo impone a chi fa fecondazione assistita e congela uno o più embrioni: ovvero, il “gemellino” di Filippo c’è già, è una blastocisti immersa nell’azoto liquido che in effetti non vedo l’ora di scaldare, dentro di me, ma finché non sussisteranno un minimo le condizioni di salute psicofisica per me, ed economica per la mia famiglia non ci penso neanche, ché oltre al mutuo per la casa – sempre quella di 50 mq-che-non-so-più-dove-mettere-la-roba – ora abbiamo anche l’affitto del capannone da pagare, un finanziamento, l’attrezzatura, un dipendente, il commercialista, il consulente, gli altri professionisti e le bollette. Debiti su debiti. Da 9 mesi. E tutto per poter lavorare in questo Paese. Perché in fondo qualcuno che ci crede e che spera ancora in un futuro migliore c’è, e non sarebbe il caso di farlo scappare. 

Che poi non è vero per niente che non ci penso, perché avanti di questo passo, con la lentezza della #burocrazia italiana, in attesa che tutti rientrino dalle loro ferie, che qualcuno si degni di fare un sopralluogo o mettere un timbro [e non parlatemi di #jobsact o #semplificazione che molti nella PA ignorano ancora la legge sull’autocertificazione che è del 1969!], in attesa di cominciare finalmente a lavorare, tra un attimo compio 42 anni e il sistema sanitario nazionale il transfer non me lo passa più! Scado. Come il latte alle ginocchia che viene con certe campagne. 

Tutto ciò per dire, insomma, che prima di procreare bisognerebbe creare un terreno più fertile alla base. Alle nostre ovaie sappiamo pensare da sole, non servono campagne pubblicitarie. 
Basterebbe un po’ più di serenità, che uno è subito più ottimista e tutto fila un po’ più liscio.

Il bene comune è una cosa che appartiene a tutti. Le mie ovaie sono mie e basta, per dire. Quel che serve cara Ministra è gente seria che si occupi di cose serie, per la #respubblica. Ché dopo il #fertilityday noi vorremmo mandare i nostri figli in scuole che non crollano ad ogni #terremoto

Ecco ministra, io la ricetta giusta per la Sua campagna proprio non ce l’ho, ma mi auguro che Lei possa leggere la mia e le altre esperienze di chi vive questa condizione in un Paese che non sembra affatto in grado di offrire terreno fertile alla Famiglia. Il problema, a mio modesto parere, non è il #fertilityday…

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